23 dicembre 2010

Un Ridente Natale

Anche quest'anno puntualmente è arrivato il Natale, con il suo carico di nostalgico intimismo, con il suo carosello di abbondanza, effusioni, giochi, saltimbanchi, figli al prodigo e pecorelle smarrite. Di fronte a tutto questo movimento io mi sono sempre sentita come una maglia che cade, in un tessuto ben fatto, compatto, costruito operosamente dalle mani esperte di un artigiano. Il Natale su di me ha sempre avuto un effetto dirompente, al punto da cercare conforto nelle teorie degli esperti di psicologia, quelli bravi. Quelli che ti dicono che il Natale come il compleanno è un momento in cui inconsciamente facciamo il punto della situazione della nostra vita. Io nei comportamenti nevrotici e compulsivi del Natale ho sempre rintracciato una certa paura: paura di essere esclusi, paura di stare da soli questa fatidica notte del '24 dicembre, paura di essere giudicati, paura anche di essere amati, in modi che non vorremmo, che ci soffocano, che ci limitano. Paura di dover essere qualcosa di diverso dalla parte che ci hanno assegnato....
Perché chiaramente il Natale, sa di famiglia, e la famiglia è sempre uno specchio in cui si riflettono tante cose: quello che siamo, quello che non riusciamo ad essere, quello che non vorremmo essere.
La novità di quest'anno è che per la prima volta, riesco a dire con un sorriso sincero Buon Natale!
Quindi Buon Natale a tutti voi, che mi leggete, commentante e in alcuni casi, mi volete pure bene. 







05 dicembre 2010

Ragazzi di strada


Canticchiando "Il bar della Rabbia" di Mannarino, ho scoperto le opere di Ubaldo Bosello. 
Sembrano istantanee di momenti rarefatti in cui la dimensione reale è quella della fantasia, dell'avventura, del sogno.....  

Ma mò che viene sera e cè il tramonto
io nun me guardo ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto nastronave con
npò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè naria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de stavventura
Me mozzico le labbra
me cullo che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura*...

(*si riferisce alla vita - testo di A. Mannarino)





E lei.... questa è tutta un'altra storia....


03 novembre 2010

Quando Clay e Bikila si scoprirono liberi di E. Audisio

Cinquant´anni fa l´edizione che incoronò tante star in un clima da Dolce Vita. Il campione della maratona rimase incantato dall´Arco di Costantino. Il pugile vinse dimenticando il razzismo. Tornato negli Usa, gli diedero del negro.
Roma non fece la stupida quella sera. E il mondo disse sì. S´incantò e si innamorò. Dei Giochi, della città, dello sport. Non era ancora tempo per amori misti, soprattutto in America, dove gli atleti neri gareggiavano con i bianchi, ma non entravano negli stessi bar e nemmeno negli alberghi. Per chi aveva la pelle scura c´era l´altra entrata, quella di servizio. Come disse Ralph Boston, vincitore del salto in lungo: «Nel mondo sono un cittadino, ma non nel Mississipi, dove vivo e bevo alle fontane per negri». Roma con la sua indolenza mischiò razze e conflitti, il resto lo fece la storia e la Dolce Vita. Intiepidì tensioni, rese umane le sigle del mondo dell´est, a partire dall´Urss, che appariva lontano e marziano.

La televisione favorì la nascita del mito, tutto il mondo finalmente poteva vedere. Per la prima volta. E il sanpietrino fece capire che il passo dell´uomo veniva da lontano e che ad ogni umanità si doveva rispetto. Pure se povera, affamata, scalza. L´Africa proiettò e ingigantì la sua ombra con Abebe Bikila*, primo nero di quel continente a vincere una maratona olimpica, la prima in notturna, la prima a iniziare e finire fuori dallo stadio. Una scoperta: c´era un etiope di 28 anni, scalzo e sconosciuto, guardiano dalla casa imperiale del Negus, nei panni dell´antico romano. Bikila passò accanto a quell´obelisco di Axum che il fascismo nel ´37 aveva sequestrato all´Etiopia e si prese una serena rivincita a nome del suo popolo. «Per poco non mi incantavo a guardare l´Arco di Costantino, non ho mai visto niente di più meraviglioso e sono contento di averlo visto durante la notte più bella della mia vita». Sull´Appia Antica le fiaccole rendevano meno buia la notte e l´Arco di Costantino era illuminato con riflettori gialli e rossi. Bikila, uno scheletro nero che danzava sulla terra, non mollò e vinse. E mostrò che la nostra Africa era soprattutto la loro. Senza scarpe, ma non sottomessa: con gambe e polmoni per andare lontano. Doveva solo essere messa in condizione di correre libera.

Un altro nero salì in cima al mondo. Si chiamava ancora Cassius Clay, aveva 18 anni, gareggiava nei pesi leggeri. Veniva da Louisville, aveva paura di volare, tanto che viaggiò con il paracadute. E non aveva mai visto un bidet, lo scambiò per un bizzarro dispensatore di acqua, infatti si mise a bere, domandandosi come mai fosse così basso. Al giornalista sovietico che gli chiedeva come mai non potesse entrare nei ristoranti un fiero Clay rispose che in America tutti mangiavano molto e che le automobili erano bellissime. Era fiero della sua medaglia, non la lasciava mai, ci andava perfino a letto. Poi nel viaggio di ritorno a casa gli venne voglia di mangiare un hamburger e un frullato di vaniglia. Ma il servizio gli fu rifiutato. «Sono Cassius Clay, il campione olimpico, ecco la mia medaglia d´oro». Il proprietario gli rispose con un deciso: «No niggers». Una banda di motociclisti arrivò a rendere più violento il concetto. Clay e un amico lottarono, si difesero, vinsero. Ma Clay sul ponte buttò la medaglia nel fiume Ohio. «La guardai con disaffezione. Roma era lontana, e io non ero più un all-american boy».


Ma Roma si fece soprattutto prendere in mano dalle donne. Svelò le australiane, quelle che nel nuoto facevano cose dell´altro mondo. Dawn Fraser, 19 anni, prima donna a difendere il titolo olimpico conquistato quattro anni prima, si presentò imbattuta. Veniva da un ambiente proletario, era la più piccola di otto figli, sapeva farsi largo, e dire parolacce. Prese a cuscinate una compagna sgradita, si fece un piatto di spaghetti prima della gara, che naturalmente vinse, andò a comprarsi un abito da sposa senza doversi sposare, finì in galera per aver rubato una bandiera. Un talento da 42 pulsazioni al minuto e un fenomeno di prepotenza. Roma alla fine mischiò e pasticciò i sentimenti, sedò molte mischie a tavola, si affidò alla sua pigra normalità, rallentò ogni pericolosa incubazione. Non fu stupida per niente.


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*Una cosa che mi affascina molto della figura di Bikila è la tecnica usata in fase di gara. L'etiope porta un nuovo modo di correre la maratona: attacca, nella consapevolezza di avere sufficienti riserve per portare a termine la gara in condizioni accettabili. Rompe con la tradizione della maratona difensiva alla Dorando Pietri.
Curioso è che Bikila in realtà ingaggia una sfida contro un fantasma. Il suo obiettivo infatti è quello di non far scappare il numero 26, Rhadi, che invece parte con il 185. Bikila stando nel gruppetto in fuga, non lo vede e pensa che sia più avanti di lui.

20 ottobre 2010

La vie est un jeu d'enfants...




Un po' di leggerezza per chi continua a ripetersi "La vita non è un gioco!".
Ma chi l'ha detto? Quand'è che dovremmo smettere di giocare e sorridere?
Buona giornata a tutti.

18 ottobre 2010

William Ernest Henley - Invictus

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all'altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l'indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l'angoscia.
Sotto i colpi d'ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l'Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.




Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

13 ottobre 2010

L'Aquila, una città abbandonata!






E' domenica, munita di casco da cantiere e scarpe da trekking mi unisco ad un gruppo di blog sketcher e m'inoltro nella zona Rossa di l'Aquila.
Arrivo in ritardo e quindi in un primo momento non sono con il gruppo.
Cammino per una città fantasma, abbandonata e distrutta. Sofferente.
C'è un silenzio inquietante. Guardandomi intorno, tra le macerie delle case, intravedo pezzi di vita di altre persone. Ho un brivido lungo la schiena. Nei ruderi ci sono ancora gli oggetti personali...
Mentre sono sulla piazza a disegnare e fare foto, assisto ad una scena molto toccante.
Una donna del luogo è entrata nella zona Rossa, ma i militari la invitano ad andare via.
"Voglio solo vedere la mia casa, perché non mi fate entrare!" "Perché loro possono?" (riferito a noi). Sento la sofferenza di questa donna, e non posso fare nulla! Forse se almeno la facessero passare per un attimo. Se le dessero l'opportunità di contemplare un pezzo di vita che non c'è più! Di piangerla, se necessario. Se questo poi serve ad andare avanti...
Poi ho occasione di parlare con la persona che ci sta accompagnando. Ha la malinconia negli occhi. Ci racconta com'era prima la vita da quelle parti: ricorda tutti i dettagli, i particolari. Lo ascolto e lo farei parlare per ore.
Noi visitatori siamo tutti silenziosi, ascoltiamo con rispetto e con il cuore gonfio di compassione. Sentiamo la rabbia degli Aquilani; la rabbia cresce anche dentro di noi. Gli Aquilani contemplano ogni giorno una vita che non gli appartiene più, non c'è la minima traccia della ricostruzione, e quelli che hanno la forza di ricostruire, sono bloccati da impedimenti burocratici e giochi di potere. Chi amministra ha persino il coraggio di sequestrare una carriola a chi non ha altro, se non la voglia di reagire.
Arriva poi l'ora di pranzo. Siamo stati accolti in un bar piccolo, impreparato all'arrivo di tanta agente. Eppure ci hanno fatto sedere. Ci hanno preparato un ottimo antipasto, con quello che avevano disponibile. Hanno fatto la "moltiplicazione del pane e dei pesci". Ci hanno trattato veramente con tanto riguardo! Prima di andar via ho chiesto loro: "cosa possiamo fare per voi?"
Loro hanno risposto, ditelo a tutti quello che avete visto. Ditelo ai vicini di casa. Fate sapere come stiamo. E quando vi chiedono: "Come stanno gli Aquiliani?", rispondete "Non si possono lamentare!". Nel senso che non possono neanche protestare.
Li salutiamo con tanto affetto e un silenzio nel cuore.
La promessa è quella di tornare, ancora più numerosi con i nostri taccuini e le macchine fotografiche! Ovviamente lo faremo!
Matilda

06 ottobre 2010

Everything is illuminated



Everything is illuminated

Tratto dall'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, il film può essere diviso in tre parti.Nella prima parte il regista gioca sul tema folkloristico, ironizzando sul confronto culturale tra Jonathan e Alex. Jonathan è un ragazzo americano, pensieroso, riflessivo, nonché vegetariano (sembra essere una bestemmia a certe latitudini), Alex è Ucraino, vive mitizzando la cultura occidentale e non va a letto con donne nate prima del 1969, anno in cui a suo dire sarebbe stata inventata la posizione tantrica 69, appunto.

La seconda parte del film è rappresentata dal viaggio alla ricerca di Trachimbrod, uno shtetl di cui non si ha più traccia, il cui nome non significa nulla per i più.
Siamo quasi di fronte ad un road movie, in cui i protagonisti maturano strada facendo.
Il tema della maturazione è legato al Vedere chiaramente.
Il nonno di Alex, si finge ceco, ha vissuto sulla propria pelle la shoah, l'esperienza e il ricordo sono dentro di lui, non può separarsene. Il tema della sua cecità sembra il tentativo di rimuovere un ricordo doloroso.
Antitetica è la situazione di Jonathan: porta occhiali dalle lenti molto spesse. E' alla ricerca della verità, del ricordo, e non avendone esperienza, la sua visione è incompleta. E' fatta di oggetti e simboli che cavillosamente raccoglie per ricostruire quanto è accaduto alla sua famiglia e alla sua gente. Non a caso è un collezionista, ma la sua collezione è anomala: non legata ad una passione, piuttosto motivata dal bisogno di non dimenticare gli attimi, di non dimenticare esistenze. E la sua di vita... sembra interamente dedicata al Ricordo.

La terza parte del film è l'illuminazione. La chiarezza arriva da una donna che vive fuori dal tempo e dalla realtà. Nella scena in cui accompagna i protagonisti a Trachimbrod sembra uno spirito, quasi a simboleggiare che anche nel presente immenso è il ruolo dei “morti”.

I morti come metafora del ricordo e della Storia. Una storia intesa come un movimento profondo che travalica le esistenze, che eccede la misura del singolo essere vivente.

Sembra quasi che i nostri protagonisti abbiano il compito di trasmettere i destini e le vite che per tramite della Storia ricevono dal passato.

Quasi a dire che solo il ricordo rende giustizia a chi ha vissuto e al tempo stesso è fonte di luce per il presente, grazie ad esso ogni cosa è illuminata.

Consiglio a tutti di vederlo, ha qualcosa di poetico, che illumina e allegerisce il cuore, nonostante la pesantezza del tema.

Matilda

26 settembre 2010

Fernand Braudel - Storia, misura del mondo

“Per tutta la Battaglia di Sadowa, i Prussiani sembravano avere la peggio...Bismarck, presente alle operazioni, ha deciso, perduta ogni speranza, di trovare la morte nell'ultima carica di cavalleria. Egli non appartiene alla schiera di coloro che sanno stare con le mani in mano quando scorre il sangue di soldati. Come può non disperarsi, non sentirsi schiacciato dalla responsabilità? Accende un sigaro e promette a se stesso, quando lo avrà finito, di spronare a fondo il cavallo. Unica soluzione, morire caricando il nemico...Infatti se quegli uomini si stanno scannando, di chi è la colpa se non sua, chi lo ha voluto se non lui stesso?
Ma non è così! Se Bismarck si trova su quel campo di battaglia una ragione c'è ed è che, da almeno un secolo, milioni di tedeschi hanno sognato l'unità della Germania facendo schioccare i boccali di birra sui loro Stammtische ... La Germania, assai prima di Bismarck, esisteva già, come gruppo di interessi economici, dal giorno in cui era stato realizzato lo Zollverein. Se Bismarck è a Sodowa, roso da dubbi mortali, lo si deve soltanto alla forza delle cose, alla volontà degli uomini tedeschi. Egli è soltanto il loro delegato!”.
Se nella lettura ci fossimo fermati alla scena in cui Bismark spegne il suo sigaro, si parlerebbe di storia evenemenziale, cioè di una Storia incentrata sul singolo avvenimento o sul singolo personaggio.
Braudel ci offre una chiave di lettura più ricca: ci parla di un altro personaggio, il popolo tedesco.
Il suo concetto di Storia eccede la vita dei singoli, in essa riconosce una tendenza profonda fatta di grandi mutamenti e grandi congiunture, di tendenze che scorrono a velocità diverse: le vite degli uomini, gli avvenimenti che mutano di giorno in giorno, ma anche altre correnti, che mutano di anno in anno, di secoli in secoli.
La Storia di cui ci parla Braudel è tridimensionale: la nozione di Spazio acquista una suo ruolo, importantissimo. Forse più del tempo. “Perché la società vive di spazio, lo utilizza, lo sistema e lo consuma!”
Storia misura del mondo è un libro molto affascinante, che offre strumenti preziosi di analisi, ma al tempo stesso è ricco di squarci narrativi ed evocativi.
La scena che ho descritto sopra sembra quasi leoniana.
Anche quando Braudel parla del Magreb, definendolo un'isola fra il mare e il deserto, fra due diverse realtà economiche: quella del Sahara, del mare e delle carovane, da un lato, e quella dei pochi mercanti dall'altro, dipinge scene che accendono la mia fantasia, tanto che in alcuni momenti mi sembra di leggere un romanzo d'avventura...invece è un libro sul metodo storico!

06 settembre 2010

Kate Rusby - Underneath the stars



Qualche giorno fa mi sono trovata a sentire questa canzone in un contesto surreale, in cui in un momento si sono chiuse tante cose e in cui ho dovuto salutare tante persone. E' stato quasi un cerchio catartico. In quel momento, in quel saluto generale, finalmente sono riuscita a lasciare andare un amico di tanti anni fa.
Buona fortuna, a quell'amico, quello che ho conosciuto e a cui ho voluto bene. Ne ho perse le tracce circa 8 anni fa. Ci siamo incontrati poi, ma non ci siamo più riconosciuti...
Ovunque tu sia nascosto, hai tutto il mio bene.
Buona fortuna.
Ciao K.
Patrizia



Underneath the stars I'll meet you
Underneath the stars I'll greet you
There beneath the stars I'll leave you
Before you go of your own free will

Go gently

Underneath the stars you met me
Underneath the stars you left me
I wonder if the stars regret me
At least you'll go of your own free will

Go gently

Here beneath the stars I'm landing
And here beneath the stars not ending
Why on earth am I pretending?
I'm here again, the stars befriending
They come and go of their own free will

Go gently
Go gently

Underneath the stars you met me
And Underneath the stars you left me
I wonder if the stars regret me
I'm sure they'd like me if they only met me
They come and go of their own free will

Go gently
Go gently
Go gently

31 agosto 2010

Le conseguenze dell'Amore: Quando si è amici una volta, lo si è per tutta la vita



Film intenso,laconico e commovente. Sembra parlare d'amore, ma forse con l'amore non ha molto a che fare. Cosa può cambiare un'esistenza statica, chiusa, noiosa? Le conseguenze dell’amore, è ovvio. Le conseguenze, non l’amore stesso. Non importa neanche che si parli di vero Amore, quello che conta è che per un attimo il nostro protagonista, Titta Girolamo (Tony Servillo, superbo nella sua interpretazione), abbia visto una via di fuga. La possibilità di una ribellione. Personale, silenziosa, sterile. Che importa, è la sua! Ma in cosa crede una persona come Titta, la cui quotidianità è scandita dal fumo delle sigarette e dalle partite a carte con un gruppo di falliti?
Crede che quando due persone s'incontrano, il sentimento che ne deriva abbia ragione d'esistere al di là del tempo e del contatto diretto.
In fondo il sostantivo "Legàmi" non suona molto diversamente dal verbo "Légami".
Con l'augurio a chi legge di sentirsi di tanto in tanto profondamente Legato.
Matilda

27 agosto 2010

Mr. Oogway - Today is a gift





Yesterday is history, tomorrow is a mystery, but today is a gift, that is why it is called the present...

Ringrazio un mio caro amico per avermelo ricordato!
Matilda

12 agosto 2010

Yes Man - Third Eye Blind




Jim Carrey, non mi fa impazzire, però questa scena è veramente divertente!
Il film è molto simpatico, mette di buon umore.
Buon ferragosto a chi segue questo blog con l'augurio di entrare nella cerchia degli YES MAN ;-)
Matilda
YESSSSSSSSSSSSSSSSS

10 agosto 2010

Il Piacere, un approccio creativo alla vita!


Qualche giorno fa ho vissuto un raro istante in cui non sentivo il bisogno di pensare, progettare, immaginare il domani. Ero pervasa di gioia. Mi sentivo in equilibrio a livello emotivo, psicologico, fisico;  ero pienamente viva. Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo, era qualcosa di nuovo. Ero completamente presente a me stessa, volevo essere dov'ero e in nessun altro posto, anche se ero sola. 
A distanza di qualche giorno ho ripensato a quel momento e ho riflettuto anche su quelle strane situazioni della vita per cui ci sentiamo tanto legati a persone con cui abbiamo passato due giorni, e magari la stessa sensazione non riusciamo a replicarla con altre che frequentiamo per molto tempo. E allora ho capito che mi sento ancorata alla vita quando provo piacere, nella sua accezione più ampia. Il piacere è un vincolo che lega: lega i nostri corpi alla realtà, agli amici e al lavoro. Se proviamo piacere nella vita di tutti i giorni, nelle attività che scegliamo, non ci sono desideri di fuga. 
Il piacere nasce dal coinvolgimento, stimola la creatività e l'espansività; la creatività a sua volta accresce la gioia e il piacere di vivere. Il piacere è la percezione di essere pienamente vivi nel qui ed ora; vale a dire essere pienamente vivi in senso corporeo. Quando abbiamo fatto una corsa a perdifiato siamo meravigliosamente presenti a noi stessi, abbiamo l'esatta percezione di esserci... 
“ Se si distrugge il piacere fisico di un individuo, la sua maniera di pensare si distorce, il suo potenziale creativo va perduto e si sviluppano atteggiamenti autodistruttivi”*.  Senza il piacere che percepiamo nei nostri corpi la vita diventa una spietata necessità di sopravvivenza. Senza il piacere la felicità è soltanto un'illusione.
Il nostro corpo è una bussola preziosa per indicarci la strada di una vita felice, profondamente felice. Bisogna avere il coraggio di seguirlo perché è l'unica verifica di cui disponiamo. In fondo basta osservare come respira una persona per capire se ci sono tensioni a bloccare il flusso delle sue emozioni; una respirazione inadeguata riduce la vitalità dell'organismo, il calore e l'energia di cui dispone.  La personalità di un individuo si esprime tanto attraverso il suo corpo quanto attraverso la sua mente. Scindendo questi due aspetti, frantumiamo la personalità. Cercare il piacere può portarci anche a scelte dolorose, a staccarci da immagini di felicità che ci sembrano familiari, oppure da persone che pensiamo sia fatte per starci accanto. La verità del corpo di una persona però non può essere elusa perché significa chiudere la porta alla possibilità del piacere. E considerando che un totale coinvolgimento con ciò che si sta facendo è la condizione essenziale del piacere, non possiamo permetterci di non coinvolgerci nella nostra vita.

*”Il Piacere, un approccio creativo alla vita di Alexander Lowen”

27 luglio 2010

The Big Bang Theory: Schrodinger's cat (sub ita)



La prossima volta che qualche amica mi chiederà un parere, dovrò ricordarmi di questo sketch.
Consiglio a tutti questa serie, è strepitosa, una delle più belle al momento.
Se ne conoscete di più carine segnalatemele please, perché sono a corto di cose divertenti in questi giorni;-)
Smack
Matilda

28 giugno 2010

Laura Scarpa - "Caffè a colazione"



Alcuni Disegni dal Taccuino di Laura Scarpa.... una boccata d'ossigeno in questa giornata silenziosa.

Il terzo disegno, bello e diretto nella domanda che pone.
http://caffeacolazione.tumblr.com/

14 giugno 2010

I love Radio Rock



E' il 1966 e nel Regno Unito la BBC trasmette solo 2 ore di rock and roll a settimana!
Eppure i giovani inglesi sono in fermento, c'è voglia di ballare, di divertirsi, di uscire dagli schemi conservatori e freddi della radio pubblica. Con un acume degno del miglior manager dei nostri giorni Quentin (Bill Nighy) insieme ad un gruppo di DJ appassionati di musica e di spirito d'affermazione, trasmette Rock and Roll 24 al giorno da una nave ormeggiata a largo del Regno Unito. L'emittente è così popolare da raggiungere uno share di 25 milioni di persone. 
Ma tanto successo e tanto seguito infastidisce il Ministro Dormandy, che arriverà a mettere fuorilegge i Pirati con l'intento di riaffermare sobrietà ed ordine. Ma l'equipaggio di Radio Rock non è costituito da gente qualsiasi, ma da persone  che vivono per una passione e che per questa sono disposte a morire.... 
Un film proprio bello, mi ha fatto commuovere, nonostante il finale sia buonista e scontato. 
Ma è più forte di me adoro le storie di gente appassionata, adoro le mobilitazioni, i pazzi e chi non si arrende alla tristezza e al grigiore. 
Insomma una commedia che solletica gli entusiasmi, il buonumore e la voglia di sperare e credere in qualcosa. Qualsiasi cosa che dia un senso alla nostra vita. 
I love Radio Rock!

08 giugno 2010

E' un atto di fede...

..... Tutto ciò ci induce a pensare che il mondo sociale sia, almeno in larga misura, coerente, così come ogni scienza fisica presuppone una coerenza del mondo materiale. Avete mai riflettuto su questo? Prendiamo Paul Valéry. Ne "L'idée fixe" il suo interlocutore gli chiede: "Ma esiste una prova che c'è unità nella natura?" - Anch'io ho fatto questa domanda ad Albert Einstein e lui mi ha risposto: è un atto di fede"

tratto da  " Storia, misura del mondo"
Fernand Braudel.

06 giugno 2010

Un mare di Ginestre






Alle mie spalle il mare di Gaeta e davanti a me una distesa di Ginestre...


Il sentiero per la vetta non era segnato, ma veniva naturale costruirlo da sé, passo dopo passo, scegliendo ogni pietra d'appoggio.

05 giugno 2010

L'elmo di Don Chisciotte Contro la mitologia della creatività




La creatività è un lapsus che tradisce un atteggiamento inquieto, irrisolto e in fondo nevrotico nei confronti delle regole, delle restrizioni, delle costrizioni del tempo e della realtà. La creatività è un gioco in cui si ha l'illusione di essere liberi. Ma la libertà consiste solo nel decidere di giocare. Nel momento stesso in cui si inizia la partita si scopriranno nuove regole, nuove costrizioni. In fondo il gioco stesso è solo un'illusione di libertà.
Bartezzaghi analizza la creatività esplorandone anche gli aspetti frivoli ed esibizionistici, utilizzando strumenti insoliti, come ad esempio i giochi di parole. Una piacevole lettura.

Lady Henderson presenta.....





Tratto da una storia vera ambientata nella Londra del 1937, il film racconta di Laura Henderson, donna ricca e grintosa con un tragico passato e una gran voglia di vivere. Per ingannare il tempo della vedovanza la signora Henderson invece di fare ricami con le amiche deciderà di sperperare un po' dei suoi soldi acquistando un teatro situato nel cuore di Soho: il Windmill Theatre, celebre successivamente per aver ospitato i debutti di Peter Seller. Allo scuro di come si gestisca un teatro, ne assegnerà la direzione artistica allo scorbutico Vivian Van Damm con il quale instaurerà un rapporto fatto di litigi furiosi e di sotterranea ammirazione reciproca. Esaurita la forza della novità introdotta da Van Damm, ovvero un revue-de-ville (programmazione continua degli spettacoli da mezzogiorno a tutta la notte), sarà la trasgressiva idea di Laura Henderson di far recitare attrici nude a rendere celebre il teatro e a farlo diventare punto di ritrovo di militari durante la seconda guerra mondiale. Commedia molto, molto carina, in cui protagonista è anche la guerra con tutto quello che consegue: i bombardamenti di Londra, lo sconvolgimento della vita delle persone in seguito al conflitto,la persecuzione degli ebrei (Van Damm è ebreo). Meravigliosa la grinta con la quale Lady Henderson evita la chiusura del suo teatro, contrapponendo all'orrore e alla tristezza del conflitto, la voglia di gioire, di vivere ed esibirsi.... Belle anche le scenografie degli spettacoli.
Veramente piacevole!

In alto alcune foto di scena del vero Windmill Theatre

21 aprile 2010

19 aprile 2010

'Simon's Cat' by Simon Tofield

Sto scoprendo il mondo dei gatti. Ormai sono fregata, a casa mia comandano loro! Questo è quello che accade ogni mattina;-)

16 aprile 2010

Il linguaggio dell'azione

Crescere significa prendere delle decisioni. Giuste o sbagliate che siano. Prendersi delle responsabilità. Non è facile. A volte il senso del dovere ci porta ad essere corretti e responsabili verso chi abbiamo di fronte, ma indolenti e “distratti” verso noi stessi, verso quello che siamo. C'è poi chi trasforma la propria indeterminatezza interiore in un sistema di vita, vivendo senza pronunciarsi, perso nell'indecisione di un malessere esistenziale. Questo tipo di persone lasciano il campo delle decisioni agli altri, perché non pronunciano né un "si", né un "no". Quando mi trovo di fronte a questi soggetti a salvarmi sono sempre due cose: l'analisi delle azioni e le reazioni del corpo.
Da una parte l'azione mostra chi abbiamo davanti. Agire ha un prezzo, e non tutti sono disposti a pagarlo. Dall'altra parte il corpo, attraverso le proprie reazioni, comunica senza filtri come ci si sente in una situazione o nel contatto con un'altra persona.
Si vive attraverso l'azione, attraverso la volontà. Il resto non esiste.
Citando Fernando Pessoa “Agire, ecco la vera intelligenza. L'esito è nell'avere esito, e non nell'avere condizioni di esito. Dappertutto, in ogni vasta terra, esistono condizioni palazzesche. Ma dove sarà il palazzo se non viene costruito?”.
Anche dal punto di vista delle aspirazioni personali, l'azione ha un suo peso. Tutti abbiamo dei sogni, ma ciò che ci distingue l'uno dagli altri, è un atto, un gesto, la forza e la voglia di farcela. In questo caso, se all'azione è legato anche l'amore per quello che si fa, allora si realizza un connubio magico. Dedicare amore a qualcosa è nuovamente frutto di una scelta. Infatti, se si analizza profondamente quello che ci circonda, sembra che niente meriti l'amore di una vita o di un'anima. Ma vivere senza amare profondamente è come starsene alla finestra a guardare. Di fronte a questa indeterminazione dare amore per sentimentalismo, si può pensare possa essere una soluzione. Ma non porta da nessuna parte. Continuare a cercare invece significa qualcosa: un amore profondo per la nostra vita, per quello che vogliamo veramente essere.

24 febbraio 2010

Essere Onesti: un gesto Rivoluzionario!

Tratto da un'intervista rilasciata da Elio a "Il Fatto Quotidiano"

In merito alle vicende Sanremesi Elio esordisce dicendo che auspicava una vittoria del Principe perché in questo caso sarebbe esplosa una rivolta. Di questo non sono per niente convinta. Tuttavia condivido pienamente quanto afferma sull'essere estremisti.

Mi infastidisce e mi rattrista essere contornata da gente annichilita, apatica, che vive tenendo un profilo basso perché non crede più a nulla. Sono stufa di chi resta in punta di piedi a guardare la vita passare, chiedendosi quale sia il suo ruolo, senza capire che un ruolo ce l'ha ogni giorno. Possiamo fare qualcosa per questo paese che cola a picco ogni minuto, smettendola di essere mediocri nei nostri gesti quotidiani e pretendendo la stessa cosa dagli altri. Affrontando chi fa il furbo a muso duro, facendogli capire che quello fuori dal coro è lui, che essere furbi a discapito degli altri e del bene pubblico è una cialtroneria e non una cosa di cui vantarsi. Quest'Italia è lo specchio di quello che siamo nella nostra quotidianità. Smettiamola di fare i furbi e rimbocchiamoci le maniche per ricostruire un paese più vivibile, fatto di gente onesta, che tiene alla legalità! Il rischio è di finire come la Grecia, un paese in cui un quarto della popolazione è impiegata nella pubblica amministrazione e in cui la tangente è una realtà anche per ricevere cure negli ospedali.

Intervista:

"Se oggi si legge il testo de La terra dei cachi sembra profetico. Parlavate di "appalti truccati", di "abusi sessuali abusivi". Eravate veggenti o in realtà l’Italia è sempre la stessa?

Eravamo avanti. Il primo maggio 1991 cantavamo Ti amo Ciarrapico venendo oscurati dalla Rai. Però, purtroppo, l’Italia è sempre identica a se stessa. Corruzione e prostitute ci sono sempre state. La novità è che oggi si applicano allo schifo sofisticati metodi di marketing. Le prostitute si chiamano escort e sembra normale averle come benefit. La vera novità, rispetto ad allora, è far sembrare ovvi comportamenti schifosi. L’altra novità è che, invece di vergognarsi dello schifo, si rivendica con orgoglio. Berlusconi infatti si vanta.

La terra dei cachi, se fosse presentata oggi a Sanremo, farebbe lo stesso effetto?

No, perché non farebbe più ridere. Oggi la realtà fa così schifo che fare satira è difficile.

Per provocare, che brano proporreste?

La storia di un marito e una moglie sposati da trent’anni, che si amano e hanno figli educati. Cantare bene, suonare bene, studiare: questi, oggi, sono atti estremisti. Il vostro giornale, per esempio, viene visto come estremista perché dice che bisogna rispettare la legge. Anch’io, per fare l’estremista, insegnerò ai miei figli ad essere onesti.

Non c’è più nulla da ridere?

Quando ti raccontano una barzelletta cento volte, mica continui a divertirti. Io, almeno, sono arrivato a questo punto. Questo paese non mi fa più ridere. Ma bisogna continuare a fare resistenza.

17 febbraio 2010

Stand by me, Ricordo di un'estate.




Stand by Me è un film statunitense del 1986 diretto da Rob Reiner, tratto dal racconto Il corpo (The Body) di Stephen King.

Il regista narra con semplicità e intimità l'avventura di 4 adolescenti, Gordie, Teddy, Vern e Chris, che partono alla ricerca del cadavere di Ray Brower, un ragazzo scomparso tre giorni prima a Chamberlain. I quattro sono spinti alla ricerca dal forte desiderio di riscattarsi e diventare degli eroi agli occhi della comunità. All'inizio sembra che il regista voglia raccontare la storia di una ragazzata, invece ci mostra una storia di formazione. I protagonisti passeranno solo una notte fuori casa, ma al ritorno non saranno più gli stessi perché hanno compiuto un rito di passaggio. Partiti bambini, torneranno adolescenti.

Un film vibrante e commovente che mostra quanto sia acerbo il dolere di chi vive senza figure genitoriali di riferimento, quanto sia facile perdersi e lasciarsi andare quando alle spalle non senti l'amore e il sostegno di una stirpe. La storia più toccante è certamente quella di Teddy. Un ragazzo strano, folle, impazzito all'idea che il padre abbia tentato di ammazzarlo. Accettare questa realtà è impossibile, tanto che trasformerà la figura del padre in quella di un eroe da imitare. Sarebbe disposto ad uccidere chiunque osasse insultare quel suo padre pazzo, quel suo padre eroe.

Il film parla di una grande vuoto, ma al tempo stesso narra la riscoperta della dimensione della ritualità come formula di transizione e sostegno per attraversare le varie tappe della vita.

Gli elementi del rito ci sono tutti: il buio, la paura, il fuoco, lo scontro con gli adulti della tribù, ma soprattutto c'è la morte, quella vera. Di cadaveri questi ragazzi ne hanno tanti davanti agli occhi tutti i giorni: ci sono i genitori, gli insegnanti, i compaesani. Un mondo popolato di gente chiusa nei propri dolori, che non ha nulla da offrire, se non il giudizio e la condanna. Ma quella con cui si confrontano i protagonisti invece è una morte reale. Di fronte ad un cadavere cade ogni atteggiamento puerile, lasciando spazio alla sacralità. Il passaggio dalla paganità dell'infanzia alla sacralità dell'età adulta è un altro elemento della ritualità.

Tematiche profonde che si nascondono dietro la storia di una grande amicizia e di una grande opportunità: quella di farcela a sollevarsi da terra anche quando senti che non ci sono radici a tenerti ancorato in questo mondo. E' dura, ma è possibile farlo. L'importante è che ci sia un po' d'amore, magari quello di un amico, a farti sentire che almeno qualcuno è dalla tua parte (Stand by me).

20 gennaio 2010

La Gentilezza

"Per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e vede oltre.
È molto piacevole ascoltarlo parlare, anche se quello che racconta ti è del tutto indifferente, perché ti parla davvero, si rivolge a te. È la prima volta che incontro qualcuno che si preoccupa di me quando mi parla: non aspetta l'approvazione o il disappunto, mi guarda con l'aria di dire: "Chi sei? Vuoi parlare con me? Mi fa proprio piacere stare con te! ". Ecco cosa volevo dire con la parola gentilezza, questo modo di fare che dà all'altro la sensazione di esserci

Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all'incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell'altro guardiamo solo noi stessi, che stiamo soli nel deserto, potremmo impazzire. (...) Io invece supplico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno."

....L'eleganza del riccio

19 gennaio 2010

Le strade di sabbia, ovvero perdersi nello specchio.



LE STRADE DI SABBIA

(Ovvero perdersi nello specchio)


Fumetto stupendo e poetico!
Il protagonista sceglie di passare nel quartiere vecchio della sua città per trovare una scorciatoia ed arrivare in tempo ad un appuntamento al quale però non vuole andare. E' questo non volere e non dirselo che lo porta a perdersi in una realtà parallela, piena della pesantezza di tutti i giorni. In questo quartiere diventa l'uomo senza nome, quello a cui l'Ombra ha rubato l'identità, trasformandolo in un uomo senza prospettive, né vie di fuga. Il quartiere vecchio è così surreale da somigliare alla nostra quotidianità. E' il posto dei compromessi senza ritorno, dove perdersi nell'immobilismo è la normalità, dove è chiaro che le costrizioni a cui si sottopongono i personaggi non sono altro che la proiezione folle della proprie paure. Qui le paure escono fuori dal corpo e diventano un simbolo.
In questa prospettiva la calamità che si abbatte sulla città e distrugge tutto è una fortuna. Libera tutti dai propri demoni e dal proprio immobilismo. Rimette in moto la vita!
La storia è ricca di riferimenti letterari da Borges ad Allan Poe, da Escher a Kafka.
Alla fine della lettura sono rimasta a rigirarmi nel letto ad occhi aperti, chiedendomi come mai anch'io, come uno dei personaggi del fumetto, ogni giorno rimando la mia partenza per ricontrollare la lista delle cose da portare nel mio bagaglio. Forse dovrei trovare il coraggio di strapparla e andare!
Poi mi sono voltata di scatto, perché mi era sembrato di vedere un'ombra.... per un attimo ho avuto paura di essermi già persa nel quartiere vecchio....



13 gennaio 2010

Negli Abissi del Nostro Animo, siamo tutti Marinai.....



Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa - non importa quanti esattamente - avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m'interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E' un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c'è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l'altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l'oceano.

Herman Melville, Moby Dick, traduzione di Cesare Pavese

06 gennaio 2010

Il Gioco del Distacco






La storia dell'umanità comincia con la cacciata dal giardino dell'Eden, quella di un uomo con l'abbandono di un altro paradiso: il ventre materno.  Nasciamo attraverso il distacco dal corpo materno e per tutto il resto della vita non facciamo altro che continuare a cercare un angolo di paradiso, una nostra dimensione, per poi doverla di nuovo abbandonare.
Eppure i distacchi hanno un certo fascino legato all'idea di superare un limite, un confine, di poter fare uno scatto in avanti. Liberandoci dai vecchi attaccamenti, possiamo direzionare le nostre energie verso nuove mete, verso nuove scoperte. Tuttavia quando lasciamo ciò che amiamo e ci è familiare, spesso soffriamo intensamente. Non ci si libera facilmente dell'idea di aver lasciato indietro qualcosa o qualcuno; si ha l'impressione di essere colpevoli, di aver tradito. Così alla paura del nuovo e ai vecchi attaccamenti, si aggiunge anche il senso di colpa! 
Di fronte a queste tensioni c'è chi preferisce abbandonare piuttosto che essere abbandonato, oppure chi incapace di assumersi il peso di una rottura assume comportamenti provocatori, in modo da far decidere ad altri. Ci sono poi i casi estremi di coloro che chiudono la propria sfera emotiva, che 
cercano di difendersi non accettando e non mostrando le proprie emozioni. Facendo finta che non ci siano più. Puff, sparite!
Distaccarsi è un'arte! E' il frutto di un difficile equilibrio tra la capacità di trattenere e di lasciare ciò che amiamo. Bisogna essere ben saldi per capire che le persone che noi amiamo possono farcela senza di noi, per capire che quando ci ostiniamo a recitare ogni giorno lo stesso copione, in realtà stiamo riconfermando quotidianamente la nostra promessa di non cambiare, di non spingerci troppo in là con i nostri desideri. Del resto l'uomo è un essere intelligentissimo ed infiniti ed originali sono i trucchi che escogita per dirsi bugie, per non osare.
Ma c'è una storia che forse può aiutarci. E' la storia di una madre divina, Teti, che volendo proteggere a tutti i costi il suo amato figlio Achille, lo immerse nello Stige, tenendolo per un piede. Achille l'eroe invulnerabile venne ferito mortalmente proprio sotto il tallone. Proprio lì, nel punto del mancato distacco, si è insediata la morte!


Per approfondimenti: 
Distacchi ed altri addi di Gianna Schelotto.